venerdì 10 febbraio 2012

Maurizio Cattelan


Cristiano Testa  -  Ieri alle ore 23:59  -  Pubblico
Mi vergogno. Non c'è molto da dire. Voi mi premiate, mi concedete questo riconoscimento, e io mi sento un ladro, che vi deruba della vostra fiducia. Eppure, prima che cambiate idea, non posso fare a meno di accettare le vostre lusinghe.Come sempre, a ogni vittoria corrisponde una sconfitta. E io non so mai da che parte stare: con i vinti o con i vincitori.


La vergogna è un sentimento sano, e anche ingiustamente disprezzato. Da qualche parte ho letto che là dove l'uomo arrossisce, inizia il suo essere più nobile. Tra tutti gli animali, siamo gli unici a provare imbarazzo, o se non altro gli unici a dimostrarlo. La vergogna, forse, è un modo discreto per uscire dall'anonimato: quel volto che prima ci appariva identico agli altri, di colpo è riconoscibile, viene visto, le guance tinte di imbarazzo.


Ho molte ragioni per essere imbarazzato oggi, qui di fronte a voi. A scuola – è inutile tenervelo nascosto – sono stato un alunno terribile. In terza elementare, alla fine dell'anno, insieme alla pagella mi hanno dato il libretto di lavoro: avevo passato così tanto tempo in corridoio che mi avevano assunto come bidello.


E ora mi ritrovo in cattedra. È un ruolo che proprio non mi si addice. Anzi, se non fosse per voi, non sarei nemmeno qui. Ciò mi rassicura un poco, perché ancora una volta posso condividere un successo, o l'ennesimo fallimento, con alcuni complici, più o meno volontari.


Questa, in fondo, è una laurea che date prima di tutto a voi stessi, alla vostra magnanimità, e, in secondo luogo, a chiunque abbia condiviso parte del mio lavoro e delle mie insicurezze. In realtà questa lezione dovrebbe essere un semplice elenco, come i titoli di coda di un film.


Io, senza gli altri, non sono nessuno. Sono davvero vuoto. Anche questo discorso l'ho scritto insieme a un amico, rubando qualche frase qua e là. È dai tempi della scuola che vado avanti così: la mia maestra si arrabbiava perché non avevo neanche la furbizia di copiare dagli studenti più bravi.


Come vedete, sono un pessimo modello. A volte credo persino che il mio lavoro incarni alcuni valori dei quali dovremmo essere imbarazzati. Ma l'arte è uno specchio: ci restituisce l'immagine di ciò che siamo, o di ciò che diventeremo. E gli specchi attraggono, anche quando sono poco lusinghieri.


A guardarlo così, riflesso nello specchio dell'arte, il mondo non è che sembri un posto particolarmente accogliente. Nell'arte e nella realtà, a volte il mondo ci appare come se fosse temporaneamente nelle mani di un dio sbagliato, mentre quello vero se ne resta fuori dal gioco. Sono un pessimista forse, ma allo stesso tempo credo che nel mondo ci siano molte altre consolazioni da cui trarre beneficio: amore, cibo, musica, l'immensa varietà di lingue e di facce, e poi il brusio continuo delle immagini.


Ecco, forse dovrei parlarvi delle immagini, perché dopo tutto è con le immagini che parlo. Se sono finito a fare l'artista – qualsiasi cosa questo significhi – deve essere stato proprio per trovare una via di fuga dalle parole: un modo per inventarsi un linguaggio che fosse più mio. Non che poi abbia inventato chissà che: anzi, a volte mi sono accontentato di spostare un'immagine da un posto all'altro, semplicemente. È un piccolo cortocircuito che si crea in queste situazioni, dal quale possono scaturire mille scintille, anche pericolosissime.


Forse delle immagini mi affascina proprio questa ambiguità: la possibilità di non controllarle mai fino in fondo. Non so esattamente perché, ma mi sembra sempre che le immagini non appartengano mai a nessuno e che invece siano lì, a disposizione di tutti.


A differenza delle parole poi, le immagini mi sembra che pretendano sempre un'interpretazione. Con le parole puoi dire Sì o No, con le immagini le cose si fanno più complicate. Anzi, se avessi il coraggio di insegnare qualcosa, direi: "Diffidate sempre delle immagini univoche". Le immagini a senso unico sono spazzatura per gli occhi e per il cervello: inquinamento visivo allo stato puro.


Le immagini che mi interessano di più sono quelle che non capisco. O meglio, quelle che sembrano contenere in sé una molteplicità infinita di significati. Non so nulla di sociologia, ma forse le immagini che mi piacciono davvero – e poco importa che siano mie o che le abbia create qualcun altro – sono abbastanza simili a ciò che voi chiamate società, o se non altro sono simili a ciò che mi ostino a immaginare come una società ideale: sono un coro di voci, un frastuono di interpretazioni e suoni discordanti, che misteriosamente trovano un equilibrio. E per di più questo equilibrio non è fondato su alcuna gerarchia: nessuna voce sovrasta le altre, nessuna interpretazione può avocarsi un diritto di superiorità, nessun suono è rumore. Le immagini migliori sono come tante piccole torri di Babele che restano misteriosamente in piedi: tremano forse, ma non crollano. Anzi attingono nuova forza dalle continue oscillazioni che scuotono le loro fondamenta.


Dalle immagini ho anche imparato qualcosa sul mondo: ho imparato ad accettare tutto. E soprattutto ho imparato a non sottovalutare nessuno. Non posso certo illuminarvi sulla nostra società: ne sapete molto più voi. Eppure posso testimoniare che non c'è persona che non sia in grado di cambiarti la vita. Preso a piccole dosi, l'uomo è un animale piuttosto straordinario, capace di dissennati gesti di generosità, a volte al limite dell'autolesionismo.


Anche questa laurea ne è una dimostrazione: in fondo è come entrare a far parte di un club esclusivo, che se ha accettato la mia nomina poi così esclusivo non doveva essere. Ecco ciò che mi piace di questa laurea, e di cui vorrei ringraziarvi davvero: per un attimo, tutti questi professori, e tutti i professori nel mondo, e i professori dei professori, ecco tutti mi sembrano più vicini, e se sono più vicini a me, allora significa davvero che possono essere più vicini a tutti.


Per me questa laurea non e' una promozione: non sono io che mi innalzo, forse sono i professori che hanno deciso di declassarsi, di abbassarsi al mio livello. E mi sembra un buon segno: un modo per riavvicinarsi, per mescolare le carte.


Mia madre diceva che senza un pezzo di carta non si arriva da nessuna parte. Mentre vi ringrazio, non posso tenervi nascosto di essere terrorizzato a morte: spero che questa cerimonia non segni un punto di arrivo. Mi piace credere che sia solo una tappa, non il capolinea.


Non so a chi si diano di solito le lauree ad honorem, o le lauree in generale, ma spero siano destinate a chi ha ancora voglia di imparare, e non a chi crede di sapere già tutto.

Maurizio Cattelan
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