mercoledì 18 gennaio 2012

La rivoluzione scientifica


III

Avevo poco fa accennato ad una distinzione tra la rivo-
luzione industriale e la rivoluzione scientifica. La distinzio-
ne non è ben netta, ma è utile, e devo cercare di precisarla
ora. Per rivoluzione industriale intendo l’uso graduale del-
le macchine, l’occupazione di uomini e donne nelle fabbri-
che, la trasformazione che si è avuta in questo paese di una
popolazione costituita in gran parte di lavoratori agricoli in
una popolazione prevalentemente occupata nella produ-
zione, in fabbrica, e nella distribuzione dei prodotti fabbricati. 
Questo cambiamento, come ho detto, ci capito addosso senza che ce ne accorgessimo, senza che gli accademici lo prendessero in considerazione, odiato dai Luddisti, sia dai Luddisti pratici che dai Luddisti intellettuali.
Esso è connesso, cosi mi pare, con molti degli atteggiamenti nei
riguardi della scienza e dell’estetica, che si sono fossilizzati
tra di noi. Lo si può datare, grosso modo, tra la metà del
XVIII secolo e l’inizio del XX. Da esso si produsse un nuovo
mutamento, strettamente collegato col primo, ma molto
più profondamente scientifico, molto più rapido, e proba-
bilmente molto più prodigioso nei suoi risultati. Questo
mutamento deriva dall’applicazione della scienza vera e
propria all’industria: non più alternanza di successi e falli-
menti, non più le idee di strani inventori, ma autentica
materia scientifica.
Assegnare una data a questo secondo mutamento e in
gran parte questione di gusto. Alcuni preferirebbero risa-
lire alle prime industrie chirniche o meccaniche sviluppate-
si su larga scala, all’incirca sessant’anni fa. Per parte mia, lo
collocherei molto piu avanti, non prima di trenta o qua-
rant’anni fa - e come definizione approssimativa, prende-
rei il tempo in cui si iece per la prima volta impiego indu-

40 Charles P Snow, Le due culture
41 Charles P Snow, Le due culture

striale delle particelle atomiche. Credo che la società im-
dustriale dell’elettromica, dell’energia atomica, dell’auto-
mazione, sia, sotto aspetti fondamemtali, specificamente
differente da qualsiasi tipo di società venuta prima, e che
apporterà mutamenti molto più profondi mel mondo. E'
a questa trasformaziome che, a mio modo di vedere, merita il
nome di rivoluziome sciemtifica.
Questa è la base materiale della mostra vita: o più esat-
tamemte, il plasma sociale del quale facciamo parte. Eppure
non me sappiamo quasi mulla. Ho osservato poco fa che
persome di elevata educaziome appartememti alla cultura
non-sciemtifica  non  sarebbero in grado di affrontare i più
semplici comcetti della scienza pura:  non dovremmo aspet-
tarcelo, ma essi sarebbero ancor memo fortumati com la
scienza applicata. Quamta gente istruita ne sa qualcosa
dell’industria produttiva, di vecchio o nuovo stile? Chiesi
una volta ad uma riuniome di letterati: che cos’è uma mac-
china utensile? ed essi cambiarono discorso. A meno che
uno  non  la comosca, la produziome imdustriale e misteriosa
come uma stregomeria. Oppure premdete i bottomi. Non
somo poi molto complicati: se ne fabbricamo milioni al gior-
no: bisogma essere un Luddista  non  poco accanito per non
pensare che questa è, dopo tutto, un’attività degma di stima.
Ma scommetterei che, fra coloro che hanno ottemuto i voti
piùalti nelle materie artistiche a Cambridge quest’anno,
non uno su dieci sarebbe in grado di fare la più superficiale
analisi dellb'organizzazione umana che tale attività richiede.
Negli Stati Umiti, forse, e più diffusa una superficiale 
conoscenza dell’industria, ma ora sono portato a pensare
che nessun romanziere americamo, a qualsiasi classe appar-
tenga, si aspetti una tale conoscenza nel suo pubblico. Può
solo presupporre, e spessissimo presuppone, uma certa fa-
miliarità com una società pseudofeudale, come il logoro
Vecchio Sud - ma  non  con la società industriale. Di certo
um romanziere inglese  non  potrebhe presupporla.